1978, l’anno dei tre Papi

1978

l’anno dei tre Papi

L’estate del 1978 trova in Italia un clima già torrido: una giovane democrazia poco più che trentenne, stava attraversando il suo momento più buio, scossa nelle fondamenta delle sue stesse istituzioni. La primavera aveva portato il rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, nel pieno degli anni di piombo, che sarebbero culminati, due anni dopo, con il più grave atto terroristico avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra: la strage di Bologna.

Il 9 luglio viene eletto al Quirinale il presidente partigiano, a giudizio di molti la figura più amata dell’intera storia repubblicana: Sandro Pertini. Una scelta che avvicinerà le istituzioni laiche al popolo, iniziando un dialogo diretto al quale gli italiani erano poco abituati, un dialogo che presto si sarebbe sviluppato anche nella Chiesa.

Il mese di agosto di quaranta anni fa inizia con la morte di Paolo VI, il grande timoniere del Concilio; il 26 dello stesso mese l’elezione del patriarca di Venezia Albino Luciani, scomparso improvvisamente dopo solo 33 giorni; a ottobre l’elezione del primo Papa non italiano dal 1523: Karol Wojtyla.

Quell’estate del 1978 dunque, fu segnata dalla presenza di ben tre Papi.

6 agosto 1978

Paolo VI, che aveva condotto con mano ferma quel grande evento che fu il Concilio Vaticano II, già anziano e ammalato di una forma di artrosi che gli rendeva doloroso ogni movimento, arriva a quella estate segnato profondamente dal dramma del rapimento di Aldo Moro. Ad aprile il suo appello agli uomini delle Brigate Rosse per la liberazione del politico, ma soprattutto dell’amico:

«Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l’onorevole Aldo Moro. Io non vi conosco, e non ho modo d’avere alcun contatto con voi. Per questo vi scrivo pubblicamente, profittando del margine di tempo, che rimane alla scadenza della minaccia di morte, che voi avete annunciata contro di lui, Uomo buono ed onesto, che nessuno può incolpare di qualsiasi reato, o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile. Io non ho alcun mandato nei suoi confronti, né sono legato da alcun interesse privato verso di lui. Ma lo amo come membro della grande famiglia umana, come amico di studi, e a titolo del tutto particolare, come fratello di fede e come figlio della Chiesa di Cristo».

“Questa lettera fu molto travagliata nella sua stesura”: sottolinea Riccardo Ferrigato, intervistato da Luigi Ferraiuolo nel TG2000 del 24 luglio 2018. L’autore del libro “Non doveva morire. Come Paolo VI cercò di salvare Aldo Moro” (2018, Edizioni SanPaolo) racconta che fu scritta a seguito dell’ultimatum e la condanna a morte delle Brigate Rosse, dopo che lo stesso Aldo Moro in una lettera, chiedeva al Papa un suo intervento.

Il 13 maggio, a San Giovanni in Laterano, fu il pontefice stesso a celebrarne il funerale e l’omelia si fece grido straziante di dolore per la scomparsa dell’amico fraterno, come raccontato da Luigi Ferraiuolo in questo servizio del TG2000 del 16 marzo 2017

Il 29 giugno, in San Pietro, Paolo VI festeggia il quindicesimo anniversario della sua elezione. L’omelia a giudizio degli storici rappresenta il bilancio del suo pontificato e quasi un commiato: “Benché ci consideriamo l’ultimo e indegno successore di Pietro – dichiara il Papa – ci sentiamo a questa soglia estrema confortati e sorretti dalla coscienza di aver instancabilmente ripetuto davanti alla Chiesa e al mondo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”; anche noi, come Paolo, sentiamo di poter dire: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”».

“Possiamo dire oggi, con la umile e ferma coscienza – continua Paolo VI – di non aver mai tradito “il Santo vero” ed elenca alcuni documenti salienti del pontificato, “che hanno voluto segnare le tappe di questo nostro sofferto ministero di amore e di servizio alla fede e alla disciplina”.

Nel capitolo dedicato alla difesa della vita umana, Paolo VI ricorda che “la difesa della vita deve cominciare dalle sorgenti stesse della umana esistenza. È stato questo un grave e chiaro insegnamento del Concilio, il quale, nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, ammoniva che “la vita, una volta concepita, dev’essere protetta con la massima cura; e l’aborto come l’infanticidio sono abominevoli delitti”, Non abbiamo fatto altro che raccogliere questa consegna, quando, dieci anni fa, promanammo l’Enciclica Humanae Vitae: ispirato all’intangibile insegnamento biblico ed evangelico, che convalida le norme della legge naturale e i dettami insopprimibili della coscienza sul rispetto della vita, la cui trasmissione è affidata alla paternità e alla maternità responsabili, quel documento è diventato oggi di nuova e più urgente attualità per i vulnera inferti da pubbliche legislazioni alla santità indissolubile del vincolo matrimoniale e alla intangibilità della vita umana fin dal seno materno».

Il 14 luglio Paolo VI lascia il Palazzo del Vaticano per trasferirsi nella Villa pontificia di Castel Gandolfo, tradizionale meta estiva dei Papi. Lì, pur sofferente, le sue giornate sono scandite dalla preghiera, la lettura e lo sbrigo della corrispondenza. Prepara anche la riflessione per la Solennità della Trasfigurazione, che viene letta ai fedeli nell’Angelus Domini del 6 agosto. Muore quel giorno, alle 21.40, ripetendo continuamente la preghiera alla Vergine e il Pater fino all’ultimo respiro. Il prossimo 14 ottobre Giovanni Battista Montini, papa Paolo VI, sarà proclamato santo in piazza San Pietro nel corso del Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani.

26 agosto – 28 settembre 1978

Il 25 agosto i cardinali celebrano, all’interno della Basilica di San Pietro, la Messa Pro Eligendo Romano Pontifice, al termine della quale si trasferiscono nella Cappella Sistina; il giorno seguente, al quarto scrutinio, il conclave elegge come successore al Soglio di Pietro, il Patriarca di Venezia Albino Luciani, il primo Papa nato nel XX secolo, e l’ultimo a morire in quello stesso secolo. Alle 18 e 24 del 26 agosto si leva dal comignolo della Cappella Sistina la fumata bianca. Il cardinale Pericle Felici dà il tradizionale annuncio dell’Habemus Papam e il nuovo pontefice si affaccia alla loggia centrale della basilica di San Pietro. A questo conclave sono stati presenti anche i futuri Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: è il primo conclave dal 1721 a cui partecipano tre futuri papi.

La breve durata del Pontificato di Giovanni Paolo I, per troppo tempo ha portato all’elaborazione delle più disparate ipotesi scandalistiche intorno alla scomparsa improvvisa del Pontefice, ma la ricerca onesta e scrupolosa dei fatti, ha fatto emergere tutti i documenti necessari per affermare non soltanto l’evidenza di una morte naturale, ma anche la ricostruzione dei precedenti clinici. E dunque di poter dire una parola definitiva su un “gialloˮ assolutamente inesistente. Un ruolo determinante in questo senso, lo ha ricoperto Stefania Falasca, giornalista di Avvenire, autrice del libro: Papa Luciani. Cronaca di una morteˮ (2017, Edizioni Piemme).

In quei 33 giorni di pontificato, oltre alla fede semplice e profonda di Albino Luciani, e la sua fedeltà alla Parola di Dio e al magistero della Chiesa, emerge anche la sua attenzione ai problemi sociali. Il 23 settembre, durante la sua unica uscita dal Vaticano dopo l’elezione per la presa di possesso della Basilica di San Giovanni in Laterano, rispondendo al saluto del sindaco di Roma, Giulio Carlo Argan, Giovanni Paolo I dice:

«Alcune delle sue parole mi hanno fatto venire in mente una delle preghiere che fanciullo, recitavo con la mamma. Suonava così: “I peccati, che gridano vendetta al cospetto di Dio sono… opprimere i poveri, defraudare la giusta mercede agli operai”: A sua volta, il parroco che mi interrogava alla scuola di catechismo: “I peccati, che gridano vendetta al cospetto di Dio, perché sono dei più gravi e funesti?”. E io rispondevo col Catechismo di Pio X: “… perché direttamente contrari al bene dell’umanità e odiosissimi tanto che provocano, più degli altri, i castighi di Dio”. Roma sarà una vera comunità cristiana, se Dio vi sarà onorato non solo con l’affluenza dei fedeli alle chiese, non solo con la vita privata vissuta morigeratamente, ma anche con l’amore ai poveri. Questi – diceva il diacono romano Lorenzo – sono i veri tesori della Chiesa; vanno pertanto aiutati, da chi può, ad avere e ad essere di più senza venire umiliati e offesi con ricchezze ostentate, con denaro sperperato in cose futili e non investito – quando possibile – in imprese di comune vantaggio».

L’umanità e la semplicità con le quali il nuovo Papa si mostra, conquistano da subito i credenti e non credenti in tutto il mondo.

“Quei 33 giorni di pontificato sono stati la punta di un iceberg, quello che noi abbiamo visto: la manifestazione della sua grandezza”: queste le parole di Stefania Falasca, giornalista di Avvenire e vicepostulatrice della causa di canonizzazione di Albino Luciani. Ecco il suo ritratto di Giovanni Paolo I nell’intervista di Lucia Ascione a Bel tempo si spera nella puntata del 17 ottobre 2016:

Mons. Pietro Paolo Carrer, segretario personale di Giovanni Paolo I, racconta il periodo nel quale Albino Luciani era vescovo di Vittorio Veneto e della sua scelta di andare ad abitare in seminario, per essere più vicino alla gente. “Le sue giornate erano sante perché vissute con limpidezza, nella preghiera, mai ansia e paure, sempre avanti con coraggio”: ecco la sua testimonianza raccolta da Giacomo Avanzi a Bel tempo si spera il 23 novembre 2017:

Rimane storico l’Angelus del 10 settembre, nel quale Giovanni Paolo I parla di Dio anche come di una madre. Nei giorni in cui a Camp David il presidente americano Carter, quello egiziano Sadat e il primo ministro israeliano Begin stanno lavorando per la pace in Medio Oriente, Papa Luciani impressionato dal fatto che i tre presidenti hanno voluto pubblicamente esprimere la loro speranza di pace nel Signore con la preghiera, citando Isaia dichiara: “Può forse una mamma dimenticare il proprio bambino? Ma anche se succedesse, mai Dio dimenticherà il suo popolo” (Is 49, 15) e continua:

“Anche noi che siamo qui, abbiamo gli stessi sentimenti; noi siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. E’ papà; più ancora è madre. Non vuol farci del male; vuol farci solo del bene, a tutti. I figlioli, se per caso sono malati, hanno un titolo di più per essere amati dalla mamma. E anche noi se per caso siamo malati di cattiveria, fuori di strada, abbiamo un titolo di più per essere amati dal Signore”.

Dio come madre, la stessa espressione che poi Papa Francesco utilizzerà nell’omelia di Santa Marta dell’11 dicembre 2014, raccontata in questa puntata del 9 novembre 2017 del Diario di Papa Francesco condotta da Gennaro Ferrara, andata in onda nel giorno in cui il Santo Padre firma il decreto che attesta le virtù eroiche di Papa Luciani, dichiarandolo Venerabile. “Albino Luciani era una persona autentica – racconta Stefania Falasca ospite nella puntata – quello che faceva coincideva con quello che era, non c’era differenza tra predicazione e vita; è una figura limpidissima. I tratti della sua spiritualità si concentrano nel fatto di aver mostrato l’umiltà e una grande autenticità”.

Dagli atti del processo di canonizzazione, come racconta Pierluigi Vito in questo servizio del TG2000 del 26 agosto 2015, sono emerse due lettere inedite di Papa Luciani, riportate da Stefania Falasca sulle pagine di Avvenire: appunti su un’agenda, probabilmente usati in un intervento a sacerdoti e religiosi nella diocesi veneziana; il titolo è emblematico: “Chiesa povera”. Ci sono riflessioni sul rapporto che i cristiani e gli ecclesiastici in particolare, devono avere con i beni terreni. Circa le finanze del Vaticano, scrive Luciani che se venissero amministrate con trasparenza, in una casa di vetro, ne verrebbe probabilmente un vantaggio. Vivere nella povertà evangelica, non la miseria, condizione disumana non voluta da Dio, è un dovere per tutti i cristiani, ma più di tutti per i vescovi, preti e religiosi perché agli occhi del mondo sono la prima immagine della Chiesa.

Pia Luciani, nipote di Giovanni Paolo I, a Bel tempo si spera il 16 novembre 2015, ricorda lo zio: “Aveva un carattere gioioso, che non era dovuto ad un’incoscienza o a una non curanza di fronte ai problemi e alle difficoltà della vita, lui aveva molta fiducia nel Signore. Diceva: io farò tutto quello che mi è possibile, il resto lo farà la Provvidenza. Accoglieva tutti con il sorriso per dare coraggio alla gente, diceva: la gente ha già tanti problemi, è inutile caricarli anche dei miei. Il sorriso era proprio il segno della fiducia nella Provvidenza”.

Nella puntata, è ospite di Lucia Ascione anche Daniele Bravo, il bambino che il 27 settembre fu chiamato da Papa Luciani durante l’Udienza Generale, a salire fino da lui. È questa una testimonianza importantissima, soprattutto per quel tempo; non dimentichiamo infatti che nel 1978 non era usuale che il Papa avesse un rapporto diretto con i fedeli.

“Alla fine dell’udienza il Papa si ricordò che tra i fedeli era presente una classe di quinta elementare di Roma e chiamò uno di loro. Erano tutti frementi – racconta Daniele – tutti volevano andare dal Papa, e la maestra scelse me. Una volta lì, avevo più soggezione dell’aula piena di gente che del Papa; lui mi aveva messo a mio agio”.

E’ l’ultimo giorno di vita di Papa Luciani. E dunque andiamo a scoprire come si svolse, dalla voce di Stefania Falasca, intervistata da Lucia Ascione a Bel tempo si spera il 23 novembre 2017.

“L’ultimo giorno è stato un giorno come gli altri, al mattino la celebrazione eucaristica in cappella – con una novità introdotta da Papa Luciani: la partecipazione delle suore che si prendevano cura di lui. Papa Luciani diceva: siamo una famiglia e insieme partecipiamo anche alla Messa – racconta la Falasca. Quell’ultimo pomeriggio lo ha passato nello studio, usciva pochissimo soprattutto per non dare troppo disturbo a chi si sarebbe dovuto preoccupare di organizzare tutto per l’uscita. Una delle suore, testimone oculare, ha visto che Papa Luciani girava intorno al tavolo dello studio con dei fogli in mano. Era una delle sue attività tipiche: camminare leggendo. Quel giorno il solito incontro con il Segretario di Stato aveva un argomento particolare: una lettera di un sacerdote milanese che rifiutava la designazione del Papa come suo successore a Venezia”.

Ma c’è appena il tempo per la Chiesa di metabolizzare il trauma della morte di un Papa e la gioia per l’elezione del suo successore: dopo appena 33 giorni arriva improvvisa la notizia del ritrovamento del Pontefice senza vita nel suo letto. E’ la mattina del 29 settembre.

16 ottobre 1978

Il 16 ottobre, dopo due giorni di conclave, cinque scrutini e tre fumate nere, nel tardo pomeriggio la fumata bianca della Cappella Sistina annuncia al mondo l’elezione del nuovo papa: il primo papa slavo in duemila anni, il primo non italiano dal 1523, un papa che veniva «di un Paese lontano», come dice lui stesso al momento della prima benedizione dalla loggia vaticana. Ecco le sue parole:

Siamo ancora tutti addolorati dopo la morte del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo I. Ed ecco che gli Eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano… lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana. Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso Nostro Signore Gesù Cristo e nella fiducia totale verso la sua Madre, la Madonna Santissima.

Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete. E così mi presento a voi tutti, per confessare la nostra fede comune, la nostra speranza, la nostra fiducia nella Madre di Cristo e della Chiesa, e anche per incominciare di nuovo su questa strada della storia e della Chiesa, con l’aiuto di Dio e con l’aiuto degli uomini.

Karol Wojtyla ha 58 anni quando diventa papa e il suo vigore fisico e spirituale porta una ventata di freschezza nella Chiesa e nel mondo: di lì a poco si registrano cambiamenti storici epocali ai quali contribuisce in maniera determinante proprio questo pontefice.

Un papa atleta, che ama lo sport, come racconta il 22 aprile 2014 a Tv2000 Renato Buzzonetti, per 26 anni suo medico personale, intervistato da Nicola Ferrante: “Praticava la canoa, il nuoto, lo sci e l’escursionismo”. In questa intervista, anche il racconto di quando Giovanni Paolo II va al Policlinico Umberto I a trovare Pertini, lì ricoverato. Il presidente lo ha invocato più volte, esprimendo il desiderio di incontrare il suo amico. Non fanno entrare il Papa nella stanza, Pertini, molto malato dormiva e non fu svegliato. Giovanni Paolo II prega il rosario dietro la porta, seduto su una sedia, e dice: “Il Signore troverà la sua strada”.

Una delle prime cose che colpiscono tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarlo, è il suo sguardo, profondo, che sembrava scrutare nella profondità i suoi interlocutori.

“Il suo sguardo era speciale – racconta Mons. Pawel Ptasznik, in questa intervista di Vito D’Ettorre dell’11 aprile 2014 – a volte ho avuto la sensazione che mi scavasse dentro con il suo sguardo; guardava tutti con amore e dolcezza, ma attentamente: quando avevo qualche problema, lui lo scorgeva sempre e mi chiedeva: cosa succede?”

Un Papa che da subito attrae i giovani, con i quali stabilì un legame indissolubile. Il Card. Stanislaw Dziwisz, Arcivescovo di Cracovia e Segretario di Giovanni Paolo II, intervistato da Fabio Bolzetta il 25 luglio 2016, racconta come la sua figura ispiri ancora oggi tanti giovani, anche in chi non lo ha mai incontrato; “lui accompagna sempre i giovani, con il suo sorriso, la sua parola”:

La sua attenzione verso gli altri è ben testimoniata da Massimo Sansolini, sediario pontificio dal 1964, intervistato da Fabio Bolzetta: “E’ stato un grande Pontefice, ma è stato un grande uomo e per questo è un grande Santo. Tre mesi dopo la sua elezione ci ammisero alla presenza del Papa per fare gli auguri di Natale. Erano ammesse anche le famiglie, ma quando giunse il mio momento gli dissi: Padre Santo, io sono solo, non sono sposato. Lui mi prese il braccio, mi tirò verso gli astanti e mi disse: ecco qui due solitari. Un anno dopo, per la stessa occasione degli auguri, quando toccò a me, mi disse: questo è il momento dei solitari. Fui scioccato che lui, con tutti i suoi impegni, dopo un anno si ricordò quelle stesse parole”.

Quel 16 ottobre inizia un pontificato che durerà ben 27 anni, denso di “prime volteˮ, di record, di continue trasferte in ogni angolo del mondo per incontrare uomini e donne e annunciare loro il Vangelo. Giovanni Paolo II è stato il Papa del terzo segreto di Fatima; nel suo Magistero sono presenti splendide encicliche, il nuovo Codice di diritto canonico, il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica. Con il suo Pontificato che nasceva quel 16 ottobre, la Chiesa cattolica si prestava ad attraversare un periodo di cambiamenti storici epocali. Muore a Roma il 2 aprile 2005. Oggi è santo e la sua festa liturgica è iscritta nel calendario romano al 22 ottobre.

A cura di Mauro Monti – Ufficio web di TV2000