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Giorgio La Pira, l’uomo dei sogni che diventano realtà

Giorgio La Pira

– l’uomo dei sogni che diventano realtà-

Firenze 1977: muore Giorgio La Pira

Il 5 novembre 1977 muore a Firenze Giorgio La Pira, il “sindaco santo” e siciliano di nascita che guardava al Mediterraneo come al Lago di Tiberiade e alla città fiorentina posta sul Monte come a Gerusalemme. Professore di diritto romano, padre costituente, deputato eletto nelle liste della Dc senza mai aver avuto una tessera di partito, fu amico di Amintore Fanfani e di Enrico Mattei. Casa, pane, lavoro furono i suoi tre capisaldi da primo cittadino del capoluogo toscano. Si prodigò per aiutare gli operai della Pignone, promosse i Colloqui Mediterranei con l’obiettivo di far dialogare tutte le religioni abramitiche. Si battè per la pace nel mondo contro ogni forma di guerra e di violenza. Storico il suo viaggio ad Ho Chi Minh. Guardava ai giovani come “le rondini”. Scriveva: ”Le generazioni nuove sono, appunto, come gli uccelli migratori: come le rondini: sentono il tempo, sentono la stagione: quando viene la primavera essi si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale – che indica loro la rotta e i porti!- verso la terra ove la primavera è in fiore!

 

Giorgio La Pira nasce in provincia di Ragusa, il 9 gennaio 1904, primogenito di una famiglia di modeste possibilità economiche. Per questo si trasferisce a Messina nel 1921. Qui stringe amicizia con Giuseppe Pugliatti e Salvatore Quasimodo. La Pira è un modello di santità laicale, un appassionato di Cristo e dell’uomo, specialmente di quello più bisognoso. Un profeta di pace che parlava in modo semplice ai grandi della Terra. Un uomo del dialogo che vedeva nelle tre grandi religioni monoteiste una possibilità di incontro. Giorgio La Pira è stato un uomo, un cristiano e poi un politico. Da Pozzallo, nella Sicilia sud orientale, terrazza sul Mediterraneo a poche miglia marine dall’Africa e dal Medio Oriente partì portando con sé una mediterraneità che gli tornò utile in tante occasioni.

Nella Pasqua del 1924 avviene la sua conversione e supera gli atteggiamenti anticristiani. Poi una vita di fede e devozione a Cristo e all’uomo. Ma il grande genio di La Pira, il suo entusiasmo, la sua positività, il suo parlar chiaro a tutti escono fuori già dalla pubblicazione di “Princìpi” nel ’39, rivista antifascista e antirazziale che difende il valore della persona umana e la libertà. Nel ‘40 il fascismo sopprime la rivista. Tre anni dopo la polizia segreta lo ricerca: sfugge all’arresto e ripara in Vaticano. Passano ancora tre anni. Siamo al 1946: Giorgio La Pira è eletto deputato alla Costituente. Con Moro, Dossetti, Togliatti, Basso, Calamandrei formula i principi fondamentali della Costituzione repubblicana.

Da sottosegretario al lavoro, nel 1948, è al fianco dei lavoratori nelle gravi vertenze sindacali del nostro Paese. Nel 1951 interviene presso Stalin a favore della pace in Corea. L’anno successivo è sindaco di Firenze. “Non case, ma città!” disse nel ‘53 prima di iniziare la costruzione dell’Isolotto. Poi lotta per la difesa dei 2000 operai della Pignone e con Enrico Mattei, presidente dell’ENI, potenzia l’industria aprendola ai mercati internazionali.

Sono anni difficili quelli di La Pira:

è quel “secolo breve” caratterizzato da due guerre mondiali, dalla paura di un conflitto nucleare, da tanti contrasti, ma anche dal Concilio Vaticano II e dalle prese di posizione di pontefici come Pio XI, Pio XII e Giovanni XXIII. Nonostante tutto il Professore va avanti. Di fronte alla minaccia della distruzione atomica indice il “Convegno dei Sindaci delle Capitali del Mondo” e poi i Colloqui Mediterranei in cui sostiene la libertà per l’Algeria e la pace per il Medio Oriente. E’ questo il sindaco santo: un uomo di fede. Una Fede che riversa nel suo impegno per la giustizia sociale.

«Stato democratico: sì, proprio perché rispettoso del pluralismo degli organismi che lo costituiscono – disse in un intervento all’Assemblea Costituente -. Quindi democratico nel senso non solo roussoiano – tutti i cittadini partecipano ordinatamente alla formazione della legge ed alla direzione politica dello stato –, ma anche nel senso che i cittadini sono membri attivi di tutto quel tessuto di comunità che fa del corpo sociale un corpo ampiamente articolato e differenziato, una democrazia organica, diversa da quella individualistica. Democrazia nello stato, democrazia nella comunità professionale, nella comunità di lavoro, nella comunità territoriale e così via».

La politica di Giorgio La Pira aveva il fulcro in una spiritualità aperta riconducibile ad una triplice dimensione: la famiglia, il lavoro e la fede. E’ questa la teologia della città che si lega all’icona della casa di Nazareth, alla bottega di Nazareth e alla sinagoga di Nazareth. Il “sindaco santo” era uomo attento al passato che guardava al presente e pensava al futuro. Da Firenze guardava al mondo, ma anche alla condizione umana della “povera gente”.

Quando La Pira arrivò a Firenze per studiare diritto romano con il professore Betti vi trovò un nuovo vescovo, Elia Dalla Costa, un uomo di Dio formatosi nella conoscenza profonda delle Sacre Scritture. Allora La Pira abitava in una cella del Convento di San Marco e lungo quei corridoi, illuminati da una luce di cielo, posava gli occhi sulle Annunciazioni e sulle Natività dipinte dal Beato Angelico. Con la sua sensibilità poetica trasfondeva quelle immagini sulle lunghe ore di studio della Bibbia, della filosofia greca, della Patristica, della Scolastica da Duns Scoto a San Tommaso. È solo tenendo conto di tutto questo che si può capire «come fuori da ogni ribellismo e da qualsiasi schema politico. La Pira si schierò contro le aberrazioni totalitarie e razziste del fascismo, con la sua rivista Principi, per coerenza cristiana. La stessa per la quale subì divieti e persecuzioni dal regime, che tuttavia, per lui divennero l’occasione felice per riparare in Vaticano, in casa del Sostituto alla Segreteria di Stato Giovanbattista Montini, futuro Paolo VI.

Giorgio La Pira, la città posta sul Monte

Il racconto della vita e della fede di questo grande politico italiano e sindaco di Firenze nel documentario andato in onda su TV2000 il 5 Novembre 2015 per l’anniversario della morte di Giorgio La Pira (5 Novembre 1977)

Al di sopra delle “ragioni di Stato”, vocazione alla pace del genere umano

In quelle stanze del palazzo apostolico La Pira nei primi anni Quaranta venne in contatto con il pensiero e le personalità più rappresentative del cattolicesimo avanzato di Francia, che, in “Esprit” e “Temoignage Cretienne”, con la protezione ed il conforto di monsignor Montini, cercavano di superare certe deviazioni del modernismo, per innestare la rivelazione cristiana nel tronco della cultura classica europea, liberato dalle escrescenze illuministiche della Dea ragione e da quelle nietzciane della “morte di Dio”. Nell’abitazione di Montini La Pira tornò da costituente per confrontare la tesi preparata per la Commissione dei 72 con Dossetti, Fanfani, Lazzati e Moro, con le posizioni social comuniste che monsignor Giuseppe De Luca portava al Sostituto dopo averle ricavate dai suoi incontri con Palmiro Togliatti. Si arrivò così alla formulazione dell’art. 7 che recepiva nella Costituzione italiana i Patti Lateranensi del 1929, e in una visione nuova di solidarismo cristiano, nacque tra il 1946 e il 1947 la carta Costituzionale della Repubblica “fondata sul lavoro”, fuori dagli assolutismi disumani dello Stato etico e da quelli dell’individualismo liberista. Giorgio La Pira fu un politico di altissima statura morale e ricordare oggi gli aspetti sociali dell’esperimento politico che negli anni Cinquanta fece da sindaco di Firenze, assume in particolare due valenze: La Pira mantenne gli impegni presi con gli elettori fiorentini e volle portare tutti i cittadini ad un livello dignitoso di vita prima ancora di aprire la città ad una missione universale di civiltà e di pace; La Pira non era, come dissero e dicono certi suoi sciocchi denigratori, un compagno di viaggio dei marxisti o “un comunistello di sagrestia”. Era un cristiano coerente che aveva accettato di entrare in politica senza iscriversi ad alcun partito per testimoniare la sua fede in Cristo. Senza guardare in faccia nessuno, La Pira affermò e praticò, con tutti, la priorità assoluta e permanente della pace tra le persone e tra le nazioni, in un tempo in cui il mondo era spaccato in due blocchi.

Nella seconda metà del Novecento la politica estera italiana dette un costante apporto al processo di distensione tra l’est e l’ovest e alla costruzione di un sistema di relazioni amichevoli e di scambi fruttuosi con tutti i paesi rivieraschi del Mediterraneo, a cominciare da quelli del nord Africa, usciti da una tormentata epoca di sudditanza coloniale. Una politica, questa, che assicurò non solo assenza di conflitti armati, ma un eccezionale benessere per l’Italia e uno sviluppo moderno nei paesi ex coloniali. Protagonisti furono Giorgio La Pira, Amintore Fanfani ed Enrico Mattei, pazienti tessitori di una lungimirante azione culturale, politica ed economica che portò l’Italia ad essere l’ago della bilancia tra i due blocchi, quello americano e quello sovietico, e a stabilire buoni rapporti politici ed economici con Egitto, Libia, Algeria, Tunisia e Marocco. E anche il viaggio in Cina dell’Eni per fare le prime ricerche petrolifere e stabilire i primi contatti dell’Occidente con quel grande e allora misterioso paese, fu per iniziativa di La Pira.

In tempi di rigida contrapposizione di ideologie e di interessi economici La Pira si pose al di sopra delle “ragioni di Stato”, riaffermando la suprema vocazione alla pace del genere umano. Nella sua indefettibile devozione alla Chiesa, ricalcò le vie di Santa Caterina, confortando i Papi sulla via della speranza umana e teologale: per i paesi europei “è ora di svegliarsi – scriveva a Pio XII nel 1958 – Come? A che fine? Per produrre altre bombe nucleari? Ma no: per produrre la sola energia nucleare capace di rinnovare il mondo: l’energia teologale della fede, della carità, della speranza: energia di giustizia, di conversione a Dio, di fraternità effettiva degli uomini, fatta per servire e non per essere serviti”.
In quei tempi il professor La Pira, arricchito dalle periodiche riflessioni con il cardinale Elia Dalla Costa, andava spesso a Venezia a trovare il patriarca Roncalli per parlare con lui della necessità di chiudere, anche nella Chiesa, il periodo delle condanne e delle contrapposizioni aprioristiche; per offrire in ogni parte del mondo ai più deboli, agli emarginati la certezza di una casa, di un lavoro ed aggirare così, sopravanzandola, la sirena del rivendicazionismo comunista.

Tra le persone su cui La Pira ebbe grande influenza c’è Amintore Fanfani segretario della Democrazia Cristiana dal 1954 al 1958. Fu grazie ai suoi incoraggiamenti, infatti, che l’Italia si dissociò dalla avventura franco-inglese che nel 1956 aveva scatenato la guerra contro l’Egitto ed innescato quel conflitto con Israele, che per tanti anni avrebbe poi insanguinato il Medio Oriente, e fu dal sodalizio con La Pira che trasse forza ed incisività il governo presieduto da Fanfani dal 1960 al 1963 che portò l’Italia da paese povero e tecnologicamente arretrato al quarto posto tra i paesi più industrializzati del mondo. In particolare, quando venne la terribile crisi internazionale per i missili sovietici a Cuba si eresse mediatore tra le due parti, riuscendo così nel 1962 a scongiurare la terza guerra mondiale. In quella terribile crisi, rispondendo all’appello di pace che Giovanni XXIII aveva rivolto a tutti i capi di governo, Fanfani su suggerimento di La Pira avanzò la proposta che gli Stati Uniti ritirassero dalla Puglia i loro missili, gli unici in grado di raggiungere il territorio sovietico.

Gli Stati Uniti accettarono a condizione che i russi ritirassero i loro missili da Cuba. E Kruscev, sollecitato dalla Segreteria di Stato vaticana, ritirò le navi che nell’Atlantico stavano portando altri missili a Cuba.

Nel novembre del 1977, nel giorno del suo funerale, tutti i fiorentini, normalmente freddi, scettici, razionalisti e disincantati nel guardare uomini di tutto il mondo, scesero in strada per applaudirlo con calore e portarono il suo feretro dall’Università al palazzo comunale – ha ricordato Bernabei-. Molti cosiddetti benpensanti ne rimasero sconvolti, forse impauriti, e stesero sulla sua figura di cristiano e di statista una coltre molto spessa di silenzio. Ben vengano perciò le celebrazioni del centenario della sua nascita, per rimuovere quella coltre di silenzio e additare ai giovani l’opera di Giorgio La Pira, che non si rassegnò ad una pretesa ineluttabilità delle ingiustizie sociali, ma si impegnò, con successo, per rimuoverle, rimanendo con umiltà al servizio dell’uomo, creatura di Dio.

Giorgio La Pira, collaboratore dell’Osservatore Romano

Il Professore nello storico intervento del 1947. Il suo genio nella Costituzione repubblicana

Italia, 1945: si accende il dibattito sulla Costituente anche nel corso della Settimana sociale e Giorgio La Pira è tra i protagonisti di questa fase. Il Professore sostiene alcune scelte di fondo che successivamente caratterizzeranno la proposta costituzionale democristiana: la democrazia politica non solo deve essere piena ed effettiva, ma deve essere integrata da una democrazia economica e, più in generale, il patto costituente deve essere orientato in modo da garantire la piena tutela di una serie di valori ed il conseguimento di obiettivi di giustizia.

Un anno dopo, nel 1946, La Pira viene eletto all’Assemblea costituente nelle liste democristiane. Il suo impegno nell’Assemblea non fu voluto da lui. Egli si riteneva adatto a un ruolo più defilato di sollecitatore culturale. Tuttavia le pressioni per coinvolgerlo direttamente furono numerose e d’altra parte fondate. La larga notorietà di La Pira anche a livello nazionale spiega come, eletto alla Costituente, sia nominato componente della Commissione dei 75 ed incaricato di redigere una relazione sui principi fondamentali e sui diritti e doveri da inserire nella nuova Costituzione. È interessante notare come le proposte di La Pira apparirono in fondo molto coerenti con quanto elaborato da almeno un decennio nel filone delle riflessioni sui diritti dell’uomo alla luce dell’attualità del pensiero tomista, ma sul piano propositivo anche esplicitamente tributarie di quanto proposto da Mortati in tema di “diritti pubblici” subiettivi e da Mounier in tema di una possibile rinnovata dichiarazione dei diritti dell’uomo. Nonostante un aspro confronto si giunse a un’intesa su quelli che sono gli attuali articoli 2 e 3 della Costituzione italiana, che esprimono le scelte personaliste e comunitarie, il recupero del principio di eguaglianza davanti alla legge e l’impegno della Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

In realtà, non venne solo trovato il nucleo di accordo fondamentale su quello che venne definito il “compromesso costituzionale” fra i partiti di massa, rappresentati nella prima sottocommissione dallo stesso Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti, Aldo Moro, Lelio Basso e Palmiro Togliatti, ma si scelse di dare vita a una Costituzione rigida. Su questa base di accordo si svilupperà poi tutta la dialettica del confronto costituente durante il quale, accanto a momenti di intese, non mancheranno attriti e aspri conflitti. Quello che resta significativo è che La Pira nel dibattito generale sul complessivo progetto di Costituzione elaborato dalla Commissione espresse un giudizio positivo, rivendicando esplicitamente i valori cristiani. In quel lavoro di “costruzione della nuova casa sulla roccia”, l’apporto di La Pira è riscontrabile in una serie di articoli, come il 2, 3, 5, 7, 10, 11, 29 ed altri redatti dalla sottocommissione di cui faceva parte. Basta leggerli per ritrovare la visione dello Stato, del cittadino, del lavoro e della famiglia che c’era nel Professore. Le discussioni in aula si protrassero a lungo per tutto il ’47, fino all’approvazione definitiva della Carta costituzionale avvenuta il 22 dicembre con 453 voti favorevoli e 62 contrari. A niente valse un ultimo intervento in aula di La Pira per far aprire il testo con un invocazione al Signore.

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Giorgio La Pira

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Piazza dell'Isolotto

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Targa

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Francobollo Giorgio La Pira

In Vietnam, l’ironia della stampa italiana, l’amicizia di Fanfani e Mattei.

Il ricordo di Sergio Lepri

L’appuntamento è per le 18.30 al quinto piano di un arieggiato appartamento romano. Sergio Lepri ci aspetta. Fiorentino e giornalista dal 1945, Lepri è stato direttore dell’Ansa, la massima agenzia italiana di informazione, dal 1961 al 1990; ha assistito a tutti gli eventi che hanno fatto dell’ultimo mezzo secolo dello scorso millennio uno dei periodi più ricchi e sconvolgenti della storia dell’umanità.

Oggi Lepri rappresenta uno dei maestri del giornalismo italiano nel vero senso della parola. Infatti è docente di linguaggio giornalistico presso la scuola di giornalismo della Luiss di Roma ed è docente presso i corsi di giornalismo promossi periodicamente dall’Ordine nazionale dei giornalisti.

 

«Chi era Giorgio La Pira? un candido? un ingenuo? un utopista? da rispettare, ma da mettere da parte? Un profeta disarmato?, anche un po’ matto, come sono spesso i profeti disarmati?» esordisce Lepri, che all’illustre pozzallese ha dedicato un capitolo del suo libro “Dentro la notizia” , inserito nella collana “Quaderni di Storia” fondata e diretta a lungo da Giovanni Spadolini.

 

«La Pira – prosegue Lepri mentre prendo appunti sul mio block notes – non aveva avuto molti amici, né nel mondo politico né, soprattutto, in quello economico; neppure nella Chiesa, neppure nel suo partito, salvo, con frequente esercizio di pazienza, Amintore Fanfani ed Enrico Mattei presidente dell’Eni. Non aveva mai avuto amica la stampa, che quasi tutta ne ignorava le iniziative e spesso lo chiamava, a volte irridendolo, il “giullare di Dio”. Oggi diciamo che, con giustificati motivi, la Stampa è molto controllata da gruppi di potere e da questa maggioranza di Governo. Non è che a quei tempi la Stampa fosse completamente libera. Anche in quegli anni – aggiunge Lepri – c’erano forti interessi economici dietro le testate giornalistiche italiane. In Italia, l’editoria giornalistica quotidiana è nata sempre come mezzo di pressione politica o di copertura economico finanziaria».

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Professore, qual è il suo ricordo di La Pira?

Ascoltare La Pira, uomo di tanto fascino, che parlava di un mondo diverso, a quei tempi faceva paura. Ecco per quale ragione la Stampa, dal Corriere della Sera in poi era contro La Pira e addirittura veniva beffeggiato, attorno alla sua figura si faceva ironia.

Era scomodo?

C’era anche molta ignoranza. Non si capiva l’uomo. Si potevano benissimo avversare le sue idee, per carità, eravamo da tempo in una democrazia, ma nella stessa frase il “giullare di Dio” c’era già un’espressione di dilegio. Non era solo una questione di politica, c’era un’incomprensione, un’ignoranza di quello che era quest’uomo e il patrimonio spirituale e culturale che rappresentava. Al termine della sua vita intensa e tormentata, qualcuno ne riconobbe la figura, forte, intensa, scomoda. Fu Pietro Ingrao, che, come presidente della Camera, ricordò in aula il parlamentare appena morto. Giorgio La Pira, disse, non era un candido né un ingenuo, ma un politico più politico di tanti altri, un uomo direttamente e radicalmente immerso nella politica, ma una politica intesa non come una macchina di potere, bensì come creatività, come costruzione di una nuova gerarchia di valori, come lettura dei segni misteriosi dei tempi. Subito dopo la morte di La Pira, l’Ansa trasmise un servizio che, sulla base di testimonianze dirette come quelle fornite da Mario Primicerio, ricostruiva il viaggio di La Pira ad Hanoi, il suo incontro con Ho Chi Minh e tutta la vicenda che, in un momento di gravi tensioni internazionali, si inseriva, in maniera atipica ma importante, nella storia di quegli anni. Il servizio dell’Ansa fu ripreso dalle grandi agenzie internazionali, la Reuter, la France Press e l’Associated Press. Il New York Times ne pubblicò un estratto e anche Le Monde a Parigi con un titolo su due colonne. Sui giornali italiani neppure una riga. Era l’8 settembre del 1965 quando La Pira incontrò Ho Chi Minh.
Per quei tempi, anche dal punto di vista giornalistico, quale significato può essere attribuito a quell’incontro?
Il colloquio tra Giorgio La Pira e Ho Chi Minh durò tre ore. Nella lingua locale Ho Chi Minh significa “colui che illumina”; aveva allora 75 anni e una vita spesa per fare del Vietnam una nazione unita e libera. Era vissuto brevemente negli Stati Uniti e poi per molti anni a Parigi; dal 1946 aveva guidato la guerra contro la Francia e a quel tempo guidava la lotta per l’unificazione del paese, contro Saigon e le forze armate americane. Giorgio La Pira pose subito il problema delle condizioni pregiudiziali per arrivare a un negoziato tra il governo di Hanoi e il governo americano. Ho Chi Minh espose quattro condizioni: che gli Usa 1) interrompessero i bombardamenti sul Vietnam del nord; 2) cessassero di introdurre truppe e materiale bellico nel Vietnam del sud; 4) fossero disposti al ritorno alla sostanza degli accordi di Ginevra del 1954, cioè all’unificazione del paese attraverso una consultazione elettorale. C’era infine un’altra condizione: che tutto questo (di cui Pechino e Mosca non erano stati informati) rimanesse riservato.

Dunque?

La Pira tornò a Roma il 15 novembre, sembra che il biglietto aereo per il viaggio di ritorno glielo offrisse Ho Chi Minh, visto che a lui non era rimasto neppure un soldo, e tre giorni dopo Mario Primicerio partì per New York, dove illustrò ad Amintore Fanfani, presidente dell’assemblea dell’Onu, i risultati del colloquio. Anfani si incontrò subito con l’ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Goldberg, e gli consegnò una lettera per il presidente degli Stati uniti, Lyndon Johnson. Il 6 dicembre il segretario di Stato americano Dean Rusk scrisse a Fanfani che la quarta condizione posta ad Hanoi non poteva essere accettata e Fanfani inviò subito una lettera a Ho Chi Minh per un ultimo tentativo. Il 15 dicembre l’aviazione americana riprese i bombardamenti sul Vietnam del nord; era il rigetto della prima condizione. Il 17 dicembre un quotidiano del Missouri, il Saint Louis Post and Dispatch, rese di pubblico dominio l’intero affare; era il rigetto della richiesta di Ho Chi Minh della segretezza dell’operazione, necessaria per procedere senza l’assenso di Pechino e Mosca.

Come andò a finire?

La guerra durò ancora otto anni e gli Stati Uniti furono sconfitti. L’accordo firmato a Parigi il 2 marzo del 1973 dal segretario di Stato americano Henry Kissinger e dal rappresentante vietnamita Le Duc To, conteneva le stesse clausole concordate nel novembre ‘65 da Giorgio La Pira e Ho Chi Minh. Il numero dei civili morti o feriti nel Vietnam, secondo le stime americane, era stato di un milione 350mila.
La Pira è una figura attualissima. Lui parlava di pace tra i figli di Abramo, di rapporti economici e culturali dell’Italia con i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Temi attuali, certo, ma non è che rimarranno solo sogni? Vede, tutto quello che avviene nella storia è irripetibile. Personaggi che svolgono la loro opera, vicende e storie, accadono perché sono inserite in un particolare contesto. La Pira è stato l’uomo che è stato perché viveva negli anni del dopoguerra con tutto quello che quegli anni hanno significato: con la fame, con la disperazione, con la mancanza di case e di pane. E poi con questa terribile contrapposizione nel mondo che era la guerra fredda. Quanti errori sono stati fatti, e non solo sul piano locale e amministrativo di governo, ma anche sul piano mondiale. Tutto fu condizionato da questa contrapposizione e tutto fu falsato da questa contrapposizione. La grandezza di La Pira? Riusciva ad andare al di là di questa contrapposizione, oltre il pericolo effettivo che l’Unione sovietica e il comunismo potevano rappresentare. È l’eccezionalità di quest’uomo. Perciò, quando lei mi parla di attualità, più che ad essa penso al messaggio di La Pira. Sono del parere che tutte le persone che hanno rappresentato qualcosa di storicamente significativo nello sviluppo degli eventi sono stati tali perché vivevano in un determinato contesto. Storicamente tutto passa: quello che valeva ieri, oggi non vale più. Certe verità di ieri sono gli errori di oggi e viceversa, salvo alcuni pochi valori, non storicizzabili, come quelli che stanno dietro e alla base della Chiesa.

E su una possibile teoria economica seguita da La Pira?

Penso alle sue parole. Quante volte mi diceva: «Caro Lepri, ma tutta questa storia di destra e sinistra sono tutte frottole». Per giungere a determinate soluzioni non bisogna preoccuparsi se sono di destra o di sinistra, ci dobbiamo solo preoccupare se siano giuste o meno. Se riflettiamo bene, in fondo, per anni ed anni il dibattito è avvenuto attorno alla scelta su soluzioni di destra o di sinistra. In un anniversario della morte di La Pira fui invitato a parlare all’Istituto De Gasperi alla Camilluccia: com’è che un giovane come me, che si definiva storicista, postcrociano e postmarxiano, aveva lavorato con La Pira e votato per lui? Benedetto Croce ci ha insegnato che il liberalismo è una concezione etico-politica, un criterio di valutazione dei fatti caso per caso, e che caso per caso ci suggerisce di scegliere la soluzione che garantisca la maggiore libertà dell’individuo e la maggiore libertà per tutti; e la soluzione può essere in un caso di tipo liberista e in un altro caso di tipo opposto. L’economia – aggiungeva Croce – non ci offre che suggerimenti tecnici, schemi di previsione circa le probabili conseguenze di certi comportamenti e non è quindi mai in condizione di indicare il fine ultimo dell’azione, designabile soltanto dalla coscienza morale. “Questo sosteneva il suo maestro?” mi chiedeva La Pira; e concludeva in maniera più sbrigativa: “Insomma la soluzione giusta è quella giusta; e che importa se è di destra o di sinistra, e se ora è di destra e ora di sinistra?”. Qui, in un certo modo, possiamo riscontrare l’attualità del messaggio di La Pira. Oggi ci accorgiamo che dobbiamo essere per la pace, dobbiamo stare accanto ai più deboli e dare aiuto a chi a bisogno di aiuto. Suvvia, non lo faccia dire a me: è il messaggio di Cristo!

Esco dallo stabile e la calura romana mi avvolge. Una riflessione: forse la croce che il profeta porta con sé per tutta la vita sta proprio nel vedere e nell’andare oltre ad ogni cosa a costo di essere deriso e beffeggiato dagli altri uomini. È questa la strada dei santi, è questo il percorso compiuto da uomini di fede come Giorgio La Pira. In fondo, è la stessa via che Duemila anni fa condusse Gesù verso la croce.

Un audiolibro su Giorgio La Pira “il sindaco santo” tra i testimoni del Vangelo del XX secolo

A cura dell’Ufficio Web di TV2000