Il ritorno di Giovanni XXIII a Bergamo e Sotto il Monte

Il ritorno di Giovanni XXIII

a Bergamo e Sotto il Monte

Papa Roncalli torna a Bergamo nel 60° anniversario della sua elezione a Pontefice (avvenuta il 28 ottobre 1958), nel 55° anniversario dell’Enciclica “Pacem in Terris” (11 aprile 1963) e della sua morte (3 giugno 1963).

Tre anniversari importanti per un pontefice molto amato dentro e fuori la Chiesa, da chi lo ha conosciuto e ascoltato direttamente e dai più giovani che sono rimasti affascinati dalla sua figura.

Non possiamo che partire dalla sua elezione: quel 28 ottobre 1958, la salita al soglio di Pietro del settantasettenne cardinale Roncalli a successore di papa Pio XII indusse molti a pensare a un pontificato di transizione. Ma fin dai primi interventi, il nuovo papa lasciò intravedere una personalità decisa nell’affrontare i problemi e sicuro della via da intraprendere.

Già nel suo primo radiomessaggio dopo l’elezione sono presenti i temi che caratterizzeranno i suoi anni di pontificato: la libertà dei popoli, la fine della corsa agli armamenti, la pace, l’ecumenismo e, soprattutto, l’affermazione della natura pastorale del suo ministero. Conseguenza di tale convinzione fu la scelta di svolgere il ruolo di vescovo di Roma, moltiplicando i contatti con il clero e con fedeli, tramite le visite alle parrocchie, agli ospedali e alle carceri. Instaurò anche un nuovo rapporto con i fedeli e con il mondo, convinto che, pur nella fedeltà alla dottrina, dovesse prevalere il volto materno della Chiesa, che cerca la vicinanza piuttosto che accentuare i contrasti.

Chi è stato, dunque, Giovanni XXIII e qual è la sua eredità oggi? Risponde don Ezio Bolis, Direttore della Fondazione Papa Giovanni XXIII, ospite di Lucia Ascione a Bel tempo si spera: “Nonostante l’età anagrafica avanzata, Papa Giovanni aveva una mente e un cuore giovane, non era mai ripiegato sul passato ma proiettato verso il futuro; dava speranza, la stagione che preferiva era la primavera. In tutta la sua vita è riuscito a coniugare l’apprezzamento del passato in una prospettiva futura, dinamica e dunque, anche per questo, il suo messaggio non ha perso lo smalto”.

Concilio Vaticano II

Ma l’espressione più grande dello stile pastorale di papa Giovanni XXIII fu il Concilio Vaticano II, il cui annuncio venne dato nella basilica di S. Paolo fuori le Mura il 25 gennaio 1959.

Le finalità assegnate all’assise conciliare, espresse nel discorso di apertura dell’11 ottobre 1962, erano originali: non si trattava di definire nuove verità, ma di riesporre la dottrina tradizionale in modo più adatto alla sensibilità moderna, nella prospettiva di un aggiornamento riguardante tutta la vita della Chiesa. Giovanni XXIII, coerente con i propri principi, invitò a privilegiare la misericordia e il dialogo con il mondo piuttosto che la condanna e la contrapposizione.

La sera di quel 11 ottobre, Papa Roncalli affacciato dalla Basilica Vaticana salutò i fedeli accorsi in piazza San Pietro pronunciando un discorso a braccio, entrato nella storia, non solo della Chiesa, come il “discorso della luna”:

Giovanni XXIII« Cari figliuoli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero; qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata, stasera – osservatela in alto! – a guardare a questo spettacolo.

Noi chiudiamo una grande giornata di pace; di pace: « Gloria a Dio, e pace agli uomini di buona volontà ». Ripetiamo spesso questo augurio e quando possiamo dire che veramente il raggio, la dolcezza della pace del Signore ci unisce e ci prende, noi diciamo: “Ecco qui un saggio di quello che dovrebbe essere la vita, sempre, di tutti i secoli, e della vita che ci attende per l’eternità”.

Dite un poco: se domandassi, potessi domandare a ciascuno: “Voi da che parte venite?”, i figli di Roma che sono qui specialmente rappresentanti [risponderebbero]: “Noi siamo i vostri figliuoli più vicini, Voi siete il Vescovo di Roma”. Ma voi, figliuoli di Roma, voi sentite di rappresentare veramente la Roma caput mundi, così come nella Provvidenza è stata chiamata ad essere: per la diffusione della verità e della pace cristiana.

In queste parole c’è la risposta al vostro omaggio. La mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi, diventato padre per la volontà di Nostro Signore, ma tutt’insieme: paternità e fraternità e grazia di Dio, tutto, tutto!

Continuiamo, dunque, a volerci bene, a volerci bene così, a volerci bene così, guardandoci così nell’incontro, cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte quello – se c’è – qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà.

Niente: Fratres sumus! La luce che splende sopra di noi, che è nei nostri cuori, che è nelle nostre coscienze, è luce di Cristo, il quale veramente vuol dominare, con la grazia sua, tutte le anime.

Stamattina è stato uno spettacolo che neppure la Basilica di San Pietro, che ha quattro secoli di storia, non ha mai potuto contemplare.

Apparteniamo quindi ad un’epoca, nella quale siamo sensibili alle voci dall’alto: e vogliamo essere fedeli e stare secondo l’indirizzo che il Cristo benedetto ci ha fatto.

Finisco, dandovi la benedizione. Accanto a me amo invitare la Madonna santa e benedetta, di cui oggi ricordiamo il grande mistero.

Ho sentito qualcuno di voi che ha ricordato Efeso e le lampade accese intorno alla basilica di là, che io ho veduto con i miei occhi, non a quei tempi, si capisce, ma recentemente, e che ricorda la proclamazione del dogma della divina maternità di Maria.

Ebbene, invocando lei, alzando tutti insieme lo sguardo verso Gesù benedetto, il figliol suo, ripensando a quello che è con voi, a quello che è nelle vostre famiglie, di gioia, di pace e anche, un poco, di tribolazione e di tristezza, la grande benedizione accoglietela di buon animo.

Questa sera lo spettacolo offertomi è tale da restare ancora nella mia memoria, come resterà nella vostra. Facciamo onore alla impressione di questa sera. Che siano sempre i nostri sentimenti come ora li esprimiamo davanti al cielo e davanti alla terra: fede, speranza, carità, amore di Dio, amore dei fratelli; e poi, tutti insieme, aiutati così nella santa pace del Signore, alle opere del bene !

Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza.

E poi, tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo, ma sempre sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino. »

Quel suo ‘sento le vostre voci‘ – dice Raniero La Valle ospite di Massimiliano Niccoli a Siamo Noiè il parallelo di ‘beneditemi prima che io vi benedica’ di Papa Francesco: è mettere il popolo di Dio al centro della Chiesa, al centro della vita di fede. Il Concilio pensò di essere stato convocato per fare la riforma della Chiesa, Papa Giovanni chiese nel discorso inaugurale che venisse rinnovato l’annuncio della fede: era una grande domanda di rinnovamento dell’annuncio evangelico, non era solamente la struttura della Chiesa che doveva cambiare, ma il contenuto stesso dell’annuncio“. Gianni Gennari ospite anche lui di Siamo Noi, ricorda che il giorno dell’annuncio, il 25 gennaio 1959, era con il Papa: giovane seminarista, stava svolgendo servizio nella Basilica di San Paolo fuori le Mura quando, a tre metri da Giovanni XXIII ci fu l’annuncio al mondo: “le sue parole sbalordirono i cardinali presenti. Sapevamo di vivere un momento centrale. La grazia più grande che Dio ha fatto alla Chiesa del XX secolo è stato il Concilio”.

Sia nel caso del Concilio, sia nel modo di affrontare le questioni politiche nazionali e internazionali, l’azione di papa Roncalli si caratterizzò per l’inedita prospettiva con la quale fece fronte ai vari problemi, offrendosi come autorevole mediatore, favorendo anche il sorgere di un dialogo iniziale tra le super potenze mondiali, contribuendo al superamento della “guerra fredda”.

“Un grido rivolto agli uomini, una supplica rivolta al Cielo”: queste le parole di Papa Francesco nel ricordare l’impegno di Giovanni XXIII nell’evitare che nel 1962, le tensioni tra Usa e URSS sfociassero in un conflitto atomico. (TG2000 – Pierluigi Vito)

Pacem in terris

E quei semi di pace Papa Roncalli continuò a gettarli nella promulgazione, l’anno seguente, della Pacem in terris nella quale si rivolse a «tutti gli uomini di buona volontà», credenti e non credenti, perché la Chiesa deve guardare ad un mondo senza confini, tanto meno diviso da muri o cortine, e non appartiene né all’Occidente né all’Oriente. «Cerchino, tutte le nazioni, tutte le comunità politiche, il dialogo, il negoziato» ricercando ciò che unisce e tralasciando ciò che divide.

La Pacem in terris individua quattro punti cardine per orientare l’umanità sul cammino della pace: la centralità della persona inviolabile nei suoi diritti, ma titolare anche di doveri; il bene comune da perseguire e realizzare ovunque, sulla terra; il fondamento morale della politica; la forza della ragione e il faro illuminante della fede. Poi, certo, anche il disarmo e relazioni tra i popoli basate sul dialogo e sul negoziato, non su rapporti di forza.

L’enciclica suscita una molteplicità di reazioni positive, anche fuori della Chiesa cattolica: a Londra, numerosi deputati anglicani presentano una mozione di apprezzamento per l’opera di Papa Giovanni; il Segretario generale delle Nazioni Unite, U Thant, saluta la Pacem in terris con una dichiarazione piena di entusiasmo e, due anni dopo, porta l’enciclica all’Onu, promuovendone lo studio con un ciclo di conferenze a livello internazionale. L’agenzia di stampa sovietica Tass ne pubblica una sintesi commentando soprattutto i passi dedicati al disarmo; il presidente americano John Kennedy si dichiara fiero del documento e «pronto a trarne lezione»; il Washington Post scrive: «Giovanni XXIII ha raccolto il voto dei popoli, cosicché la Pacem in terris non è solo la voce di un anziano prete, né quella di un’antica chiesa, ma la voce della coscienza del mondo».

3 giugno 1963

La sera del 3 giugno 1963 Papa Giovanni muore dopo una lunga malattia. Di quel giorno, frère Roger, il fondatore di Taizé, ha scritto: «Il 3 giugno 1963, venni a sapere della morte di Giovanni XXIII poco prima di andare con i fratelli alla preghiera della sera. Alla fine della preghiera avrei voluto dire qualche parola sulla fiducia che ci era stata accordata, al cuore stesso della Chiesa, da questo Papa tanto amato. Le parole però non mi vennero. Era come se la terra fosse franata sotto ai miei piedi. Dal profondo sorgeva in me una domanda: quale futuro avrà Taizé senza Giovanni XXIII?». Nel diario di frère Roger si legge ancora: «La morte di papa Giovanni XXIII mi ha fatto un’impressione profonda. Una sicurezza umana mi è stata improvvisamente tolta. In quel momento mi sono reso conto fino a che punto egli sia stato di sostegno alla nostra vocazione, quale padre egli sia stato per noi». E, ancora, qualche mese dopo: «La morte di Giovanni XXIII ha rappresentato per me una prova che dura ancora. È il terzo lutto nella mia esistenza di uomo. In lui mi era stato dato un padre, un padre che vuole bene a ogni uomo».

E proprio il giorno della morte di Papa Giovanni è al centro dei ricordi di Mons. Vittorio NozzaGuido Gusso, aiutante di camera di Angelo Giuseppe Roncalli sin da quando era patriarca di Venezia, ospiti di Vito D’Ettorre:

Il testamento spirituale

Sul punto di ripresentarmi al Signore Uno e Trino, che mi creò, mi redense, mi volle suo sacerdote e vescovo, mi colmò di grazie senza fine, affido la povera anima mia alla sua misericordia: gli chiedo umilmente perdono dei miei peccati e delle mie deficienze: gli offro quel po’ di bene che col suo aiuto mi è riuscito di fare anche se imperfetto e meschino, a gloria sua, a servizio della Santa Chiesa, ad edificazione dei miei fratelli, supplicandolo infine di accogliermi, come padre buono e pio, coi Santi suoi nella beata eternità.

Amo di professare ancora una volta tutta intera la mia fede cristiana e cattolica, e la mia appartenenza e soggezione alla Santa Chiesa Apostolica e Romana, e la mia perfetta devozione ed obbedienza al suo Capo Augusto, il Sommo Pontefice, che fu mio grande onore di rappresentare per lunghi anni nelle varie regioni di Oriente e di Occidente; che mi volle infine a Venezia come Cardinale e Patriarca, e che ho sempre seguito con affezione sincera, al di fuori e al di sopra di ogni dignità conferitami. Il senso della mia pochezza e del mio niente mi ha sempre fatto buona compagnia, tenendomi umile e quieto, e concedendomi la gioia di impiegarmi del mio meglio in esercizio continuato di obbedienza e di carità per le anime e per gli interessi del Regno di Gesù, mio Signore e mio tutto. A lui tutta la gloria: per me ed a merito mio la sua misericordia. Meritum meum miseratio Domini. Domine, tu omnia posti: tu scis quia amo Te. Questo solo mi basta.

Chiedo perdono a coloro che avessi inconsciamente offeso: a quanti non avessi recato edificazione. Sento di non aver nulla da perdonare a chicchessia, perchè in quanti mi conobbero ed ebbero rapporti con me — mi avessero anche offeso o disprezzato, o tenuto, giustamente del resto, in disistima, o mi fossero stati motivo di afflizione — non riconosco che dei fratelli e dei’ benefattori, a cui sono grato e per cui prego e pregherò sempre.

Nato povero, ma da onorata ed umile gente, sono particolarmente lieto di morire povero, avendo distribuito secondo le varie esigenze e circostanze della mia vita semplice e modesta, a servizio dei poveri e della Santa Chiesa che mi ha nutrito, quanto mi venne fra mano — in misura assai limitata del resto — durante gli anni del mio sacerdozio e del mio episcopato. Apparenze di agiatezza velarono, sovente, nascoste spine di affliggente povertà e mi impedirono di dare sempre con la lar­ghezza che avrei voluto. Ringrazio Iddio di questa grazia della povertà di cui feci voto nella mia giovinezza, povertà di spirito, come Prete del S. Cuore, e povertà reale; e che mi sorresse a non chiedere mai nulla, né posti, né danari, né favori, mai, né per me, né per i miei parenti o amici.

Alla mia diletta famiglia secundum sanguinem — da cui del resto non ho ricevuto nessuna ricchezza materiale — non posso lasciare che una grande e specialissima benedizione, con l’invito a mantenere quel timore di Dio che me la rese sempre così cara ed amata, anche semplice e modesta, senza mai arrossirne: ed è il suo vero titolo di nobiltà. L’ho anche soccorsa talora nei suoi bisogni più gravi, come povero coi poveri: ma senza toglierla dalla sua povertà onorata e contenta. Prego e pregherò sempre per la sua prosperità, lieto come sono di constatare anche nei nuovi e vigorosi germogli la fermezza e la fedeltà alla tradizione religiosa dei padri, che sarà sempre la sua fortuna. Il mio più fervido augurio è che nessuno dei miei parenti e congiunti manchi alla gioia del finale eterno ricongiungimento.

Partendo, come confido, per le vie del Cielo, saluto, ringrazio e benedico i tanti e tanti che composero successivamente la mia famiglia spirituale, a Bergamo, a Roma, in Oriente, in Francia, a Venezia, e che mi furono concittadini, benefattori, colleghi, alunni, collaboratori, amici e conoscenti, sacerdoti e laici, religiosi e suore, e di cui, per disposizione di Provvidenza, fui, benché indegno, confratello, padre o pastore.

La bontà di cui la mia povera persona fu resa oggetto da parte di quanti incontrai sul mio cammino rese serena la mia vita. Rammento bene in faccia alla morte, tutti e ciascuno, quelli che mi hanno preceduto nell’ultimo passo, quelli che mi sopravviveranno e che mi seguiranno. Preghino per me. Darò loro il ricambio dal Purgatorio o dal Paradiso dove spero di essere accolto, ancora lo ripeto, non per i meriti, ma per la misericordia del mio Signore.

Tutti ricordo e per tutti pregherò. Ma i miei figli di Venezia: gli ultimi che il Signore mi pose intorno, ad estrema consolazione e gioia della mia vita sacerdotale, voglio qui nominarli particolarmente a segno di ammirazione, di riconoscenza, di tenerezza tutta singolare. Li abbraccio in ispirito tutti, tutti, del clero e del laicato, senza distinzione, come senza distinzione li amai appartenenti ad una medesima famiglia, oggetto di una medesima sollecitudine e amabilità paterna e sacerdotale. Pater sancte, serva eos in nomine tuo quos dedisti mihi : ut sint unum sicut et nos (Io. XVII, 11).

Nell’ora dell’addio, o meglio, dell’arrivederci, ancora richiamo a tutti ciò che più vale nella vita: Gesù Cristo benedetto: la sua Santa Chiesa, il suo Vangelo, e, nel Vangelo, soprattutto il Pater noster nello spirito e nel cuore di Gesù e del Vangelo, la verità e la bontà, la bontà mite e benigna, operosa e paziente, invitta e vittoriosa.

Miei figli; miei fratelli, arrivederci. Nel nome del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo. Nel nome di Gesù nostro amore; di Maria nostra e sua dolcissima Madre; di S. Giu­seppe mio primo e prediletto Protettore. Nel nome di S. Pietro, di S. Giovanni Battista e di S. Marco; di S. Lorenzo Giustiniani e di S. Pio X. Così sia.

Card. Ang. Gius. Roncalli patriarca

La causa di beatificazione

Già il 18 novembre 1965 il suo successore, Paolo VI, annunciò di voler procedere all’avvio della causa di beatificazione, accogliendo la proposta di alcuni Padri conciliari, che avrebbero voluto canonizzarlo per acclamazione.

Il processo informativo cominciò nel 1967 e si concluse nel 1974; il 6 maggio 1988 fu emesso il decreto di convalida. La “Positio super virtutibus”, consegnata nel 1997, fu esaminata il 15 marzo 1999 dai Consultori teologi e, il 19 ottobre seguente, dai Cardinali e Vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi, con valutazioni positive in entrambi i casi. Così, il 20 dicembre 1999, papa Giovanni Paolo II autorizzò la promulgazione del decreto con cui papa Giovanni XXIII veniva dichiarato Venerabile.

Il miracolo e la beatificazione

Come potenziale miracolo per ottenere la beatificazione fu preso in esame il caso di suor Caterina Capitani, Figlia della Carità di San Vincenzo de’ Paoli. Molto grave a causa di una gastrite ulcerosa emorragica, aveva subito quattordici operazioni chirurgiche. Le consorelle, sapendo della sua grande venerazione per papa Giovanni XXIII, le posero una sua immagine sullo stomaco e iniziarono una novena a lui.

Il 25 maggio 1966, terzo giorno della novena, a suor Caterina parve di vedere proprio papa Giovanni davanti a sé. La rassicurò, poi aggiunse: «Me l’avete strappato dal cuore questo miracolo». Immediatamente, la suora si sentì meglio e ben presto fu dichiarata guarita; è morta nel 2010, per cause estranee alla precedente malattia.

La beatificazione fu celebrata in piazza San Pietro a Roma il 3 settembre 2000, nel corso del Grande Giubileo. La memoria liturgica fu quindi fissata al 3 giugno, giorno della sua nascita al Cielo. Nelle diocesi di Milano e Bergamo, invece, fu spostata all’11 ottobre, giorno d’apertura del Concilio Vaticano II.

La canonizzazione

Il 2 luglio 2013 l’assemblea plenaria dei Cardinali e dei Vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi affrontò la questione se fosse possibile canonizzare il Beato Giovanni XXIII senza la dimostrazione, come da prassi, di un ulteriore miracolo, con la procedura cosiddetta “pro gratia”.

Tre giorni dopo, il 5 luglio, papa Francesco dava l’autorizzazione a procedere in tal senso, per via dell’attualità dell’esempio e dell’insegnamento di quel suo predecessore. Il 30 settembre 2013 fu annunciata la data della canonizzazione, celebrata il 27 aprile 2014, unitamente a quella del Beato Giovanni Paolo II.

Ma quali sono le ragioni che hanno spinto Papa Francesco ad accogliere la richiesta della postulazione della causa di Giovanni XXIII per arrivare alla proclamazione della sua santità senza passare attraverso l’accertamento di un secondo miracolo?

Bisogna dire che non si trattava di una novità senza precedenti, visto che già Giovanni Paolo II nel 2000 dispensò dal secondo miracolo i martiri cinesi Agostino Zhao Rong e i suoi centodiciannove compagni, proclamandoli santi. Tra le ragioni che avevano portato Papa Wojtyla a questa decisione c’era la crescente fama di segni e miracoli a loro attribuita dopo la beatificazione, e l’influsso particolare che la loro memoria aveva esercitato nella perseveranza della fede in contesti difficili.

Stefania Falasca nel suo libro «Giovanni XXIII, in una carezza la rivoluzione», scrive: «Una canonizzazione pro gratia non rappresenta né una scorciatoia né una semplificazione né una decisione arbitraria. Per poter procedere alla canonizzazione in assenza di un miracolo formalmente riconosciuto, Bergoglio ha accolto con favore e fatto proprie le motivazioni presentate dalla Congregazione delle cause dei santi su istanza della postulazione della causa di Giovanni XXIII. In questa supplica, riportata nella «Positio super canonizatione», veniva scritto: «La postulazione chiede umilmente e fiduciosamente a Vostra Santità la canonizzazione di questo Sommo Pontefice, che con la sua vita e il suo esempio ha segnato, in modo indelebile, la storia della Chiesa».

Intervistata da Tv2000, la stessa Falasca spiega le ragioni che hanno portato alla canonizzazione di Giovanni XXIII:

Loris Capovilla

Come Pontefice ha contribuito alla distensione internazionale. Come teologo ha saputo interpretare il suo tempo aprendo la stagione del dialogo ecumenico e riconoscendo il valore spirituale di tutte le grandi tradizioni religiose. Giovanni XXIII rimane uno dei papi più popolari e amati, il “Papa buono”. Quale testimonianza migliore se non quella di Loris Francesco Capovilla, il segretario di Angelo Giuseppe Roncalli, patriarca di Venezia (1953-1958) e poi Giovanni XXIII (1958-1963). Dal 15 aprile 2015, il più anziano vescovo d’Italia e il quarto nel mondo. Creato cardinale da Papa Francesco il 22 febbraio 2014, lo stesso anno della canonizzazione di Roncalli, a 98 anni, ricevette il titolo presbiterale di Santa Maria in Trastevere, divenendo in tal modo il membro più anziano del collegio cardinalizio.

Capovilla è stato per una vita il custode attento della memoria storica del “Papa buono”. Dalla puntata di TGtg del 3 giugno 2016

La Peregrinatio

E dunque per tutto questo e per molto altro, Papa Roncalli torna a Bergamo e Sotto il Monte. L’annuncio è del giugno 2017 e a parlare è il vescovo di Bergamo Mons. Francesco Beschi, intervistato da Marco Bergamaschi al TG2000: “Proviamo un senso di profonda riconoscenza per l’attenzione che Papa Francesco ha avuto nei confronti della nostra Chiesa. Da vivo o da morto tornerò a Bergamo – questo disse Angelo Roncalli quando fu eletto Papa – ora ci torna da morto, ma vivo nel cuore della gente”.

Ma non è la prima volta che il corpo di un Papa lascia San Pietro: nel 1959 fu lo stesso Giovanni XXIII ad autorizzare il trasferimento delle spoglie benedette di san Pio X verso Venezia. Queste le parole del Pontefice ai fedeli veneziani riuniti in preghiera nella Basilica di San Marco, trasmesse tramite radiomessaggio:

Diletti figli,

Sul chiudersi delle celebrazioni in onore di San Pio Decimo, eccoCi di nuovo tra voi, non soltanto per mezzo del Nostro degnissimo Cardinale Legato e della Missione Pontificia, ma altresì con la Nostra voce e con la tenerezza del Nostro cuore.

L’undici aprile, circondati dalla venerabile assemblea dei Cardinali residenti nell’Urbe, vi consegnavamo il sacro tesoro delle Spoglie mortali del grande Pontefice, lasciando intendere che, come risposta alle nostre preghiere, qualcosa di misterioso e di lieto stava per maturare su questo passaggio attraverso le vie d’Italia.

Le parole parvero profetiche. Ad un mese di distanza possiamo ben ripetere, e l’eco risuona dappertutto, che veramente qualcosa di soprannaturale si è fatto sentire sopra le nostre teste e nelle intimità dei cuori.

Voi ne foste testimoni, Nostri cari figli di Venezia; e Noi seguimmo giorno per giorno la realizzazione perfetta di quelle parole della Sacra Liturgia, che sono espressione viva del comune sentimento: Sancii tui, Domine, nos ubique laetificant.

Fu una letizia santa e benedetta, come quando la grazia passa sulle anime, le penetra e le esalta.

Nel 1903, partendo per il Conclave, il Cardinale Patriarca Sarto disse che sarebbe tornato. É tornato infatti, ed ha rinnovato nella sua diletta Venezia, ed in tutta la regione Triveneta, il prodigio della sua azione pastorale così penetrante, che edifica e santifica. Benediciamone Iddio.

Lungo le rive dei fiumi, su cui passarono alluvioni improvvise e straordinarie, furono incise talvolta sulla pietra viva parole di ricordo come queste: — Sin qui, a questa altezza, si sono sollevate le acque.

Forse mai nella storia di Venezia fu dato constatare un fenomeno di così alto e sincero fervore religioso, come per questo postumo passaggio di un Patriarca santo ed acclamato dopo quasi mezzo secolo dalla sua morte, perciò Pastore umile e grande nella Chiesa del Signore.

Su una delle pietre di San Marco fate scolpire, ad edificazione dei posteri : — Anno Domini 1959: 12 aprile-10 maggio: intorno al Corpo di San Pio Decimo, già Patriarca nostro e Papa della Chiesa universale: fluminis impetus laetificavit civitatem Dei.

Che conforto anche per i cittadini di Roma, che letizia universale l’assistere alla visione edificantissima delle accoglienze veneziane all’antico Pastore che tornava glorificato! Tutto fu notato e piacque: anche quella commovente cooperazione di Sampietrini e Gondolieri, associati nel levare in alto le sacre Spoglie del Pontefice Santo, e lo scorgere nel gesto il simbolo della ininterrotta peregrinatio di tutte le classi sociali, di tutte le età, di tutte le sofferenze ed umane speranze, poste intorno all’altare benedetto, ad espressione della unità della fede nello stesso linguaggio della preghiera, e del proposito fermo e deciso della mutua fraternità cristiana, che deve vivificare l’umano consorzio.

 

Figli di Venezia! Mentre vi apprestate a riaccompagnare il Santo, lungo la via regale del Canal Grande, per il suo ritorno a Roma, attraverso le trionfali manifestazioni che lo attendono sulla porta di molte città d’Italia, lasciate che ancora una volta vi ringraziamo dello spettacolo vibrante e pio, che avete offerto.

A Roma le sacre Spoglie sono attese con esultanza. L’esempio mirabile di devozione, di cui il popolo Triveneto le ha rese oggetto, è motivo di anche più fervorosa emulazione in tutta la Santa Chiesa.

Col Santo Padre Pio Decimo, che partendo vi saluta e vi benedice, anche il di lui piccolo ed umile successore così a Venezia, come qui sulla Cattedra di San Pietro, ancora una volta vi saluta e vi benedice.

I vostri due Patriarchi dal nome comune di Giuseppe, divenuti Pontefici Romani col nome di Pio e di Giovanni, uno beatissimo in cielo, l’altro umilmente e ansiosamente inteso allo stesso compito di pastore universale fra le vie aspre e difficili della terra, insieme vi incoraggiano e vi assicurano della loro paterna affezione, che voi sapete del resto così bene meritare.

Il Santo Padre Pio Decimo, scrivendo al Sindaco Grimani, gli diceva con mesto sorriso delle parole la sua gioia di stare come in ascolto lontano, da Roma, delle campane di San Marco: quelle del mattino e della sera, quelle del lavoro, e quelle della letizia e del pianto: così il vostro più recente Patriarca, divenuto Papa, ama mantenersi familiare col suo pensiero ai ricordi del suo più breve, ma pur tanto consolante, ministero pastorale di Venezia: con gli occhi dell’anima contemplanti la stupenda paradisiaca Basilica d’Oro, fattasi più accogliente per le grandi assemblee liturgiche, e da San Marco rivolti a tutti i Sestieri della città, alle isole, alla terraferma, al litorale, alla campagna, alle città sorelle delle Tre Venezie, a cotesta diletta porzione della Santa Chiesa, che era e Ci resta familiare e cara.

Voglia Iddio, per la intercessione della Vergine Madre, dei Santi Apostoli ed Evangelisti, e particolarmente di San Pio Decimo, che si compia sempre per tutti voi la promessa biblica: Benedictio patris fortificat domum filiorum.

Con questi sentimenti e voti paterni, di cuore impartiamo al Signor Cardinale Legato, alla Missione Pontificia, al Clero, ai Seminaristi, alle Autorità della Regione, al popolo tutto, — con un tocco di speciale preferenza, che Ci vorrete concedere, ai bambini, ai poveri, agli ammalati, ai sofferenti — la Nostra Apostolica Benedizione, propiziatrice di grazie celesti e di grandi consolazioni.

(Domenica, 10 maggio 1959)

 

“Oggi Giovanni XXIII compie il pellegrinaggio di gratitudine e di benedizione verso la terra dove è nato, dove è diventato cristiano e dove ha maturato la vocazione al sacerdozio”: sono le parole del card. Angelo Comastri, arciprete della Basilica di San Pietro, nel corso della cerimonia che ha dato avvio in Vaticano alla “peregrinatio” di Giovanni XXIII nella sua terra natia. Nella preghiera recitata da tutti i presenti, Comastri ha evidenziato il profumo di Dio di Papa Roncalli, il suo aver seminato speranza, aiutando ad essere “strumenti di pace nella casa e nelle piazze”.

Bergamo e Sotto il Monte

Sul legame tra San Giovanni XXIII e la sua terra d’origine, parla il vescovo di Bergamo, Mons. Francesco Beschi, intervistato da Vito D’Ettorre a Siamo Noi: “Ognuno di noi ama la propria terra d’origine, ma certamente il legame di Papa Giovanni è rimarcato da lui continuamente: i riferimenti che lui fa alle sue origini, alla sua famiglia, alle condizioni in cui è cresciuto, sono costanti lungo l’arco di tutta la sua esistenza”:

La prima tappa a Bergamo è stata al carcere. I detenuti si sono preparati scrivendo alcune lettere di preghiera a San Giovanni XXIII che sono state poi consegnate ai piedi dell’urna contenente le spoglie. Nello studio di Siamo Noi, a commentare l’arrivo del Papa Buono a Bergamo, Stefania Falasca, giornalista di Avvenire, scrittrice e autrice del libro “Giovanni XXIII, in una carezza la rivoluzione”, Roberto Rusconi, storico del cristianesimo e della Chiesa, Giacomo Galeazzi, giornalista de La stampa, Monsignor Battista Angelo Panza, parroco della Trasfigurazione dei Nostro Signore di Gesù Cristo a Roma, e Padre Vittorio Trani, cappellano del carcere di Regina Coeli.

Don Fabio Zucchelli, parroco della Cattedrale di Bergamo, intervistato da Enrico Selleri a Bel tempo si spera, racconta la grande gioia con la quale sono state accolte le spoglie di San Giovanni XXIII. Nel filmato, anche le immagini dell’arrivo in città e la voce dei tanti fedeli che ne hanno accompagnato l’urna fino in cattedrale.

“La Peregrinatio Giovannea voleva toccare non soltanto i luoghi geografici legati alla figura di Angelo Giuseppe Roncalli, ma anche i luoghi esistenziali, verso i quali Papa Giovanni ha avuto sempre una speciale attenzione”: don Ezio Bolis, Direttore della Fondazione Papa Giovanni XXIII, spiega il senso della tappa al carcere di Bergamo. “Papa Roncalli – spiega don Ezio Bolis – diceva che è dovere di tutti i cristiani, papa compreso, praticare le opere di misericordia corporali, che comprendono anche le visite ai carcerati. Ci è sembrato dunque doveroso rispettare questo suo desiderio di incontrare anche i più infelici e tra questi i detenuti”.

“Il Papa defunto ancora parla”: Luigi Gulia, Comitato scientifico Fondazione Papa Giovanni XXIII, ospite di Lucia Ascione a Bel tempo si spera, racconta la festa per il ritorno a casa delle spoglie di Papa Roncalli. “Questo suo ritorno a Bergamo è anche – continua Gulia – il ritorno della sua gente a lui ed è un invito a tutto il mondo a ritornare a ciò che gli ha insegnato e, ancor di più, testimoniato”.

Nel filmato, l’arrivo delle spoglie di Papa Roncalli al Seminario di Bergamo. “L’attesa è stata grande per il ritorno di un ex alunno – dice don Ezio Bolis – è entrato qui a 11 anni e ci è rimasto fino al 1901 quando si è recato a Roma per completare gli studi. Poi c’è ritornato da insegnante di storia della Chiesa, di Patrologia e per un breve tempo come direttore spirituale. Il seminario è uno degli amori di Roncalli”.

A Sotto il Monte, paese natale di San Giovani XXIII, Borghi d’Italia di Mario Placidini ha dedicato una delle sue puntate: un itinerario che ci porta alla scoperta della casa nella quale Angelo Roncalli nacque, terzo di 13 figli, su un pagliericcio fatto di foglie di granoturco. Qui, nel luogo che rappresenta il centro di tutta Sotto il Monte, anche Giovanni Paolo II giunto in pellegrinaggio, si fermò in preghiera.

Vatican News ha dedicato alla Peregrinatio Giovannea un racconto web, quotidiano, nel quale vengono affrontati con interviste e documenti d’epoca, i temi del pontificato di Angelo Roncalli:

Le tappe della Peregrinatio

A cura di Mauro Monti – Ufficio Web di TV2000